Sulla lapide avrebbe desiderato solo Franco De Stefanis, camerata. Poi un primo piano con sguardo fiero e fazzoletto al collo della X MAS.
Le attese gli portavano sempre strani pensieri ma quel giorno c’era qualcosa di diverso. La passeggiata, condotta con sguardo alto da turista, si dipanava fra le vie della sua giovinezza, una zolla di Milano dove un tempo un manipolo di coraggiosi aveva combattuto il nemico comunista. Vita e morte, lui poteva ancora raccontare, Giannino Zibecchi no. Caduto partigiano della nuova resistenza all’angolo fra via Cellini e corso XXII Marzo, investito da un furgone della Celere. Una storia fatta di giovani vittime e tristi lapidi commemorative.
Quello che aveva sparato a Varalli se lo ricordava poco. Era appena arrivato da Roma e non conosceva bene tutti. Ricordava invece benissimo -e un brivido ancora gli correva lungo la schiena- gli scontri che ne seguirono il giorno dopo, tutti asserragliati nella sede provinciale della Fiamma, lì vicino, in via Mancini. Ma la marmaglia era stata respinta. Zibecchi era morto in quei frangenti: pace all’anima sua. Un po’ di misericordia anche per i rossi. A furia di stare dalla parte opposta di una stessa barricata si diventa un po’ fratelli.
Franco si era fatto onore ai tempi. A Roma, diciottenne, dava già una mano al servizio d’ordine di Almirante. Troppo tenero però, troppo istituzionale per lui. I camerati di Ordine Nuovo gli avevano puntato gli occhi addosso ma non ci fu tempo per reclutarlo. Ai Parioli comparvero brutte scritte, e non erano i rituali inviti a tornare nelle fogne ma minacce chiare, con nome e cognome: Franco De Stefanis. I suoi genitori, che vivevano la loro massima eccitazione politica ascoltando il soporifero Malagodi, storico leader liberale, per poco non ci rimasero. Decisero di non stare con le mani in mano, meglio mollare tutto che perdere un figlio, meglio ricominciare in una città lontana: Milano, dove già abitavano alcuni parenti.
Diamante era stato il suo nome di battaglia. Certo, per la scala di Mohs era il più duro. Ma il vero motivo era la mazza da baseball che usava durante le azioni, il manico segnato da minuscole tacche, una per ogni rosso che aveva sistemato. Per nessun motivo al mondo volle separarsene al momento del trasloco e questo era già una dichiarazione di intenti. Forse avrebbe trovato la bella morte lontano dal Cupolone.
Se i pensieri avessero potuto vagare ancora, molto ci sarebbe stato da ricordare: i pestaggi, le folli corse, gli agguati, le spedizioni punitive. Ma Franco era tornato da quelle parti solo per incontrare sua moglie durante la pausa pranzo. Un baretto vicino, all’ufficio di Sara, dietro piazza Cinque Giornate.
Lei arrivò come di consueto in leggero ritardo, cosa che faceva imbestialire il marito. Era tutta la vita che si destreggiava così: piccole dimenticanze, piccole inadempienze, piccole mancanze, piccole deviazioni dai doveri. Mai nulla di grave, nulla di eccessivo, sempre scusabile. Farglielo notare era solo una pedanteria eccessiva, una mancanza di indulgenza verso di lei e verso se stessi.
Un bacio che sembrò un saluto tra due amici: forse erano ormai solo quello. Due parole per ordinare e Sara diede il via alle danze. Con tono rievocativo da commentatore di Rai Storia ripercorse le principali tappe del loro matrimonio, partito già con qualche inciampo. Riandò ai palpeggiamenti di lui a una bella cameriera, e si era ancora in viaggio di nozze. Franco proprio non se lo ricordava. E la moglie incalzò. La carrellata impietosa sul ventennio trascorso insieme – il ventennio, un vero destino – si avvicinò tristemente ai giorni d’oggi.
Sara era sempre stata una donna pratica e, frequentando da molti e molti anni il variegato mondo assicurativo, sapeva che, in assenza di constatazione amichevole, era più idoneo collocarsi in una posizione di vantaggiosa prudenza. Meglio allora parlare in campo neutro evitando reazioni violente, facendosi scudo col folto pubblico. Non era cattivo Franco, ma in passato era capitato che uno schiaffone glielo avesse mollato e con quello che aveva da rivelagli non era il caso di rischiare.
Perché lei aveva un altro.
- Si chiama Kiran, ha trent’anni.
Trent’anni, dieci più del loro figlio e la metà degli anni di Franco. Veniva dal Bangladesh e faceva il barista.
- E tuo figlio, come la prenderà?
Un passaggio melodrammatico, un accenno alla paternità sofferente poteva avere il suo peso.
- Sergio sa già tutto. Una sera ci ha sorpreso mentre ci baciavamo sotto casa. Non ci sono problemi, ne abbiamo parlato e ha capito.
Il fedifrago, che spezzava l’impegno di sempiterna unione davanti a Dio, era giovane, extracomunitario, musulmano e, come poi lei meglio chiarì, non troppo chiaro di carnagione. Franco avrebbe proprio voluto mollare a Sara un bello schiaffo e osservare il suo volto, illuminato da una nuova felicità, mentre si torceva dal dolore, mentre gli occhiali dalla montatura leggera, appoggiati sempre in punta di naso da signorina snob, roteavano in aria. Finalmente capì il perché di quella confessione al bar: un modo per evitare la sua sacrosanta reazione. Riuscì solo a partorire un velenoso commento di bassa lega.
- Te lo sei scelto pure sbagliato, gli asiatici ce l’hanno piccolo.
Sara, dopo anni in cui aveva accettato ogni genere di tradimento, sembrava godere di quella frase soffiata con un sorriso sardonico ma con la bava alla bocca.
- Hai sempre quel tocco di rara finezza. Per te è tutto una gara, sei fermo al confronto che si fa da bambini tirandosi giù le braghe. Comunque mi spiace davvero, nella sfida Italia-Bangladesh perdi tre a zero.
Era inutile incaponirsi in una battaglia che non si poteva vincere in un bar. Franco depose cinquanta euro sul tavolino e si alzò di scatto, non prima di aver fatto vibrare nell’aria una frase a effetto.
- Ti serviranno, con quel morto di fame che ti sei scelta.
Non se la sentì di tornare al lavoro. Avvisò la sua segretaria e si mise a camminare senza meta, quei viaggi che vanno intrapresi da soli, con la mente e i piedi che agiscono senza alcuna coordinazione. Poi, i chilometri macinati in quel lungo giorno gli presentarono il conto e un’infinita stanchezza lo avvolse, una debolezza improvvisa che lo convinse a dirigersi verso casa; il suo attico in largo Augusto distava ancora un quarto d’ora.
Entrò esausto, deciso a stendersi almeno per qualche minuto. Erano anni che non tornava presto nel pomeriggio. Percepì subito qualcosa di stonato, dei fremiti lontani che era certo di conoscere ma che non riusciva ancora a identificare. Non gli ci volle molto a capire che provenivano dalla camera da letto. La porta socchiusa lasciava intravedere un uomo dalla pelle ambrata che si muoveva ritmicamente in un evidente crescendo di eccitazione.
Questo era davvero troppo per Franco: il drappo rosso agitato davanti al toro. Andò istintivamente a rovistare fra le sue cose nella cabina armadio. Lei era sempre lì, attendeva solo di essere impugnata: Diamante era tornato. Irruppe nella camera e, con gli occhi chiusi, mosso solo dalla rabbia, cominciò a colpire alla cieca, con ferocia. Ma nel tumulto di lamenti, grida e suppliche che ne seguì, gli parve di riconoscere una parola che gli fece fermare la mazza a mezz’aria e lo costrinse a guardare.
Papà.
Nel letto c’erano due uomini.
Quello di razza ariana era suo figlio.



