Non ora e non qui

I pioppeti non erano ormai più opache file scheletrite. I rami avevano iniziato a puntinarsi di verde, un verde brillante, come se l’inverno ne avesse concentrato l’intensità sotto la corteccia e ora esplodesse in grumi di colore. Giorgio affondava i propri passi nello strato di marciume fogliare che riempiva i lunghi corridoi fra i filari, generando un fruscio che faceva fuggire la selvaggina e incuriosiva gli uccelli fermi sulle cime degli alberi. Un sole pallido bucava coi suoi traccianti la simmetria dei tronchi illuminando il sottobosco. Passeggiava, e il rumore che ne accompagnava il cammino era la colonna sonora delle sue riflessioni.

La natura stava completando il suo risveglio. I bordi dei fossi si andavano screziando di giallo e di bianco: i primi fiori di tarassaco, le prime margheritine. I ratti iniziavano il loro frenetico andirivieni fuori e dentro i canali. Le rondini in transito garrivano liete: il loro viaggio dall’Africa era giunto a compimento. Le cornacchie le scrutavano in tralice, loro non se n’erano mai andate, gracchiavano il loro dispetto verso chi aveva svernato al caldo. Giorgio osservava la campagna, con i ricordi che gli rotolavano dalle tasche e si stendevano limpidi sui luoghi della sua infanzia. Avrebbe voluto abbandonarsi sull’erba come allora e osservare la forma delle nuvole in perenne evoluzione. Ma sdraiarsi sulla terra umida del mattino non era cosa naturale come un tempo.

Giunse fino al Po, si sedette sul ceppo di un pioppo e si trovò a pensare. Ci aveva messo settantatré anni, la sua modesta presenza sulla Terra, per comprendere quali fossero davvero le cose importanti. Quando la vita volge al tramonto tutto sfuma, i colori sbavano nel buio. Forse rimangono solo i pensieri inutili, marginali, senza valore.

Ad esempio, chissà se qualcuno aveva mai provato a catalogare i silenzi. C’è il silenzio trepidante prima della risposta: aspro come il frutto acerbo dell’attesa. C’è quello dei cimiteri, freddo ma vibrante di memorie. C’è quello innocente e totalizzante che regna sulle vette alpine, l’umano annichilito fra rocce e cielo. C’è quello del mare di notte, sì silenzio, perché lo sciabordio è solo un malinconico slow che annega nel buio. E poi c’è il silenzio della Bassa, metafisico, assoluto, intonato allo splendore evanescente del paesaggio.

Giorgio godeva di quegli spazi dove poteva scordarsi del rumore dell’esistenza e illudersi di essere l’unico sopravvissuto: solo, finalmente solo ad ascoltare il nulla, solo di fronte a una realtà svenuta.

Erano i luoghi dove aveva vissuto fino all’adolescenza. Era tempo di bilanci e quegli anni erano gli unici che gli si paravano davanti: spensierati, luminosi. Forse non si trattava di un caso, il vento dei ricordi l’aveva preso per le spalle e spinto fino a lì. La resa dei conti doveva svolgersi proprio dove la sua vita aveva avuto inizio.

Come si chiamava la levatrice? Vanda, un nome che all’epoca si spendeva bene, in genere lo portavano donne sveglie, e lei aveva un bel piglio e un notevole colpo di pedale. Pare che il tempo non fosse granché in quel lontano 23 aprile del 1948. Ma lei aveva inforcato la bicicletta perché quando ti chiamavano per un parto si doveva correre e, a costo di mulinare le gambe nel pantano, si doveva arrivare. La cascina all’epoca era ancora in ordine. Ora il confronto con quegli anni era impietoso. La vedeva in lontananza, il tetto sfondato, i muri perimetrali diroccati, appariva come una nave in disarmo, con la sua chiglia di mattoni rossi spuntata chissà come dai campi. Un centinaio di metri più avanti si indovinava il profilo di un nuovo stabilimento agricolo. Tutto cambia, Giorgio.

Già, Giorgio. Pare che fosse stata proprio la Vanda a suggerire il suo nome, il santo del giorno. E suo padre, che ormai dubitava di veder spuntare la levatrice oltre il muro di pioggia che separava la casa dall’orizzonte, interpretò l’indicazione come un segno celeste. Il dio che faceva nascere i bambini aveva permesso che la Vanda arrivasse e bisognava assecondare la sua volontà.

Erano seguiti anni spensierati. Dopo la scuola, poteva vagare per ore senza meta, fino al tramonto. Spesso si accompagnava con i figli dei fattori, una banda di folletti senza regole. Si cercava sempre un’avventura, una prova di coraggio: rubare qualche frutto dagli alberi, strappare un pugno di penne a un’oca senza farsi beccare, impossessarsi di un uovo ancora caldo da un pollaio. E poi si pescavano le rane e qualche raro gambero di fiume, zigzagando senza meta fra le rogge.

Da bambini si spingevano spesso fino alla riva del Po e immaginavano navi pirata e battaglie di galeoni. Ma avevano rispetto del fiume, che diventava terrore in certi momenti dell’anno. La piena invadeva le aree golenali, e gli alberi, che solo qualche giorno prima svettavano sulle sponde, finivano sommersi dalla furia della corrente.

Si incamminò per un viottolo. Ci voleva del coraggio a chiamarlo così, forse si trattava solo di un tratto dove l’erba era cresciuta meno e, se non fosse stato per qualche ciottolo che ne bordava il percorso e che gli dava fiducia, avrebbe desistito. Proseguì, questa sorta di sentiero piegava a destra e incontrò un ponticello che superava una roggia. Le sponde di mattoni rossi erano alquanto malridotte, smangiate dal tempo, rosicate dagli anni, ma qualcosa si risvegliò nella memoria e decise di continuare.

Scorse un gruppo di robinie che gli parve familiare, lui e i suoi amici si erano punti diverse volte con le spine. Ora le piante erano cresciute ma quell’angolo ombroso, regno esclusivo della sua banda, l’aveva ormai riconosciuto e questo lo portò ad accelerare il passo. La  grande pietra c’era ancora. Grattò con le unghie il muschio che l’aveva ricoperta e intravide le loro iniziali, il tempo aveva levigato le incisioni ma non tanto da renderle illeggibili. Osservò la G di Giorgio che tanti anni prima aveva scavato con un temperino, in corsivo perché lo stampatello non era ancora così di moda. Avevano chiamato altare quel grosso sasso, come per dare senso religioso al loro stare insieme. Lì si giocava a carte, si scambiavano le figurine, si improvvisava qualche gioco da tavolo quando il sole sconsigliava l’aperta campagna. Si leggeva insieme Topolino, poi Tex, infine, diventati più grandi, si sfogliavano certe riviste che a togliere il rosa diventavano in bianco e nero.

E poi la vita aveva spinto la sua famiglia altrove, perché la fabbrica dava uno stipendio sicuro, mentre la campagna in certi anni si faceva beffe degli umani sforzi e non regalava niente. Rimasero i nonni, poi la terra fu venduta, o meglio, svenduta. E si ritrovarono tutti in città, un luogo straniante che aprì però strade impensabili. Per Giorgio si spalancarono le porte dell’università.

La sua prima vita, quella fatta di povere cose e di emozioni semplici era per sempre terminata. La seconda, quella dell’età adulta, non annoverava molti episodi memorabili. Aveva accumulato foto di famiglia a centinaia e le aveva ordinate in molti album a spirale. Ma non li aveva mai sfogliati. Era diventato marito, padre, stimato agronomo, ma pareva che nulla di luminoso emergesse ora dal grigiore di un’esistenza senza sorprese. L’ultimo periodo, in verità, gliene aveva riservata una davvero grossa, e i suoi giorni placidi erano stati vivacizzati da uno strattone improvviso, violento, feroce. Una malattia di quelle che non perdonano, che non voleva saperne di regredire. Ripetuti cicli di chemioterapia erano serviti solo a fiaccare fisico e morale di un Giorgio sempre più disilluso. L’udito, almeno quello, era rimasto intatto e aveva captato un brandello di telefonata di sua moglie. Non c’era da equivocare: gli hanno dato tre-sei mesi di vita, no lui non sa niente.

Guardò l’altare, raccontava di un’allegria e di una serenità che non gli sarebbero mai più appartenute. Lì regnava il dio della felicità perduta. Due cornacchie si alzarono in volo e si avvitarono nell’aria. Giorgio interpretò quel balletto nel cielo come il lugubre segno che il momento era giunto.

Si avvicinò di nuovo alla sponda. Il Po scorreva impetuoso, le prime piogge primaverili ne avevano ingrossato il corso. Un turbinio di rami si inabissava e riemergeva in balia delle correnti, obbedendo alle imperscrutabili leggi del fiume. Si sarebbe lasciato cadere e poi avrebbe seguito il destino di quei rami, fino a sparire sul fondo. Quando le acque si fossero stancate di giocare col suo corpo l’avrebbero ritrovato su un isolotto, magari fra qualche mese.

Lasciare un messaggio ai suoi cari gli era sembrato superfluo, avrebbero ritrovato l’auto e avrebbero capito.

Si voltò verso i campi a riposo e dovette confrontarsi con la bradicardia che il cuore della Terra manifestava fra i pioppeti, fra le stoppie necrotiche. E non riusciva a decidersi.

Risalì un tratto del fiume e il rumore dei suoi passi era un’eco ovattata che il terreno inchiodava al suolo perché non salisse al cielo. Difficile descrivere l’oscuro fascino che quei luoghi emanavano, difficile quantificare il tempo che scorreva, un tempo sospeso che non si sarebbe lasciato imbrigliare fra le lancette delle umane consuetudini.

Un enorme masso trascinato a valle da chissà quale piena svettava sulla riva. Giorgio ai arrampicò come avrebbe fatto da bambino, le gambe parevano rispondere. Con pochi sforzi si ritrovò in piedi a contemplare quella porzione di Bassa.

Quei campi, che si perdevano a vista d’occhio, erano il risultato di indicibili sforzi umani, della passione per una terra sottratta alle paludi, una carriola alla volta, oppure irrorata e riportata alla vita, pescando e orientando acque sparite nel sottosuolo. Grandi lavori si erano svolti in epoche lontane ma Giorgio sapeva benissimo che la battaglia col territorio continuava. C’era un canale che si stava interrando, c’era una chiusa con la serranda bloccata, c’era una pompa che ansimava e presto si sarebbe fermata. Bisognava agire per tempo o il complesso equilibrio delle acque irregimentate sarebbe saltato. Il meccanismo di impercettibili pendenze che regolava il dedalo di rogge avrebbe corso il rischio di incepparsi. La natura avversa era stata domata ma occorreva rispettarla con il lavoro quotidiano.

L’amore di Giorgio per quei posti non derivava solo dalla contemplazione di un paesaggio metafisico  ma dalla coscienza di quello che rappresentavano: un luogo di infinita lotta fra uomo e natura per rendere abitabile e fertile un territorio. Ma cosa avevano quegli spazi di davvero unico? Avrebbe potuto rispondere che fra quelle zolle riposavano i ricordi dei suoi cari e della sua gioventù. Ma c’era altro, qualcosa che non obbediva ad alcuna razionalità. Osservare quella distesa di campi e di colori, e di alberi, e di rari tetti di cascine, lo emozionava. Ascoltare quel silenzio lo emozionava. Quell’ostinata negazione di qualsiasi rilievo che increspasse l’orizzonte lo emozionava.

Poco lontano, un airone cinerino beccava con ostinazione sul greto del fiume, fra le pietre doveva aver scovato qualche piccola, ambita preda. L’uccello sollevò il capo perplesso e guardò la strana installazione: uomo disperato su masso. Non individuò motivi di pericolo e riprese la sua attività con nuova lena.

Giorgio ridiscese con cautela, ormai deciso sul da farsi. Non ora e non qui. Non avrebbe sporcato la grazia di quei luoghi col suo gesto. Si diresse verso la cascina diroccata. Qualcuno si era divertito a incendiare la porta d’ingresso ma non ci era del tutto riuscito. Se ne stava con ostinazione ancora ritta sui cardini, semi carbonizzata, spalancata sullo sfacelo. La maniglia deformata dal fuoco era un grumo annerito. Un tempo c’era una rosa rampicante di fianco all’uscio, quando c’era vento frusciava sul muro e di notte pareva graffiarlo, faceva paura.

Raccolse da terra uno di quei mattoni rossi pieni che sporcano le mani di rosso solo a sfiorarli. Ma a lui non importava, sarebbe stato il bizzarro souvenir di un giorno che poteva essere l’ultimo.

Diede uno sguardo alla campagna, forse era un addio. La pianura non ruppe il suo inveterato silenzio per dargli risposta.

Salì in auto e posò il mattone nell’abitacolo. Il cellulare che aveva abbandonato sul sedile segnava sette chiamate a vuoto, qualcuno si stava preoccupando. Accese il motore e sorrise, aveva ancora del tempo da spendere sulla Terra.

E ai miracoli bisognava pur credere.

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