Un vento debole giocava coi bordi del grande gonfalone con croce uncinata che dominava l’Obernplatz, gremita come poche altre volte. Con maggio erano arrivati i primi tepori e si stava all’aria aperta volentieri, fino a tarda ora. Le luci della sera si andavano smorzando su Berlino e tutti attendevano impazienti che il sole si inabissasse tra gli edifici. Come per l’inizio di uno spettacolo pirotecnico si aspettavano solo le tenebre.
«Tu sei convinto che sia una cosa giusta? Ho dato un’occhiata. Posso capire Brecht, Piscator, Marx, Trockij, Lenin, Majakovskij. Ma ho visto tanti altri autori che mi lasciano perplesso.»
Hans lo guardò come si fa con un topo in una pasticceria: fuori luogo, inopportuno, da schiacciare. Ma ne ebbe pena. Carl non era un cattivo ragazzo ma non aveva il piglio adatto per certi momenti esaltanti. Gli eventi collettivi, la folla che furoreggiava, erano per lui motivo di ansia anziché di eccitazione. Era pur sempre suo cugino e andava assecondato anche se nella Deutsche Studentenschaft veniva considerato un frocetto.
I libri erano stati affastellati nella piazza in piramidi irrorate di benzina. Così, quando anche l’ultimo chiarore lasciò i tetti della città, spuntarono le fiaccole e, in nome dello spirito tedesco, si diede inizio ai roghi. Sul palco un’orchestra attaccò un brano di musica patriottica.
Il fumo prese a salire, improvvise vampate proiettavano in cielo mille scintille accompagnate dalle grida dei partecipanti, coriandoli di parole ballavano anneriti nell’aria. Alcune copie de La Recherche, dal possente dorso, opposero un’eroica resistenza. Un lungo serpentone di carri attendeva di essere scaricato, migliaia di volumi ne piegavano gli assi. Pareva che, quella sera, si fosse deciso di bruciare tutti i libri del mondo.
Carl riconobbe un suo compagno di corso, un tipo mite che parlava di rado, ne vide i tratti del viso deformati, gli occhi brillanti di febbre. “Contro il decadentismo e la corruzione dei costumi” declamava, mentre teneva in mano libri di Heinrich Mann. Poco più lontano, un gruppo lanciava copie delle opere di Georg Bernhard e Theodor Wolff, strillava “contro il giornalismo antinazionale, democratico e giudaico”.
Le fiamme disegnavano ombre demoniache sui volti esaltati che si stagliavano davanti ai falò, o così parve a Carl, che vide bruciare le opere di autori che aveva letto con avidità: Döblin, Zola, Schnitzler, Remarque, Kafka, Wells. E poi: London, Joyce, Gor’kij, Proust, Musil, Freud, Lessing.
Carl osservò la piazza scossa da un fremito, un brivido improvviso che contagiò tutti i manifestanti. Comparve il ministro della propaganda, il fisico minuto, il tono della voce stridulo, quasi in falsetto. Una figura esile, insignificante, uno che non gli avresti dato un marco. Eppure, a quell’ometto bastarono pochi secondi perché il delirio del pubblico fosse completo: ”Getto alle fiamme i libri degli ebrei e degli istigatori del popolo”.
Il cugino Hans era rapito da quella presenza, tutti gli sguardi della piazza erano catalizzati da Goebbels. Carl, che ormai si sentiva fuori posto, prese a guardarsi intorno. Vicino a lui ruggivano le fiamme, una montagna di libri ardeva e presto sarebbe rimasta solo cenere. Intravide una copia di Addio alle armi. Protese la mano incurante del calore, fu un attimo: approfittò della distrazione generale e se la ficcò sotto la giacca.
Quando fu a casa si annusò le mani e avvertì l’odore acre di fumo e benzina. Il fuoco aveva sublimato e poi confuso nell’aria miliardi di parole. Sorrise amaramente, quell’inalazione di cultura non aveva riportato la ragione.
Sapeva di aver rischiato grosso ma non gli importava, anche i tipi come lui erano capaci di atti coraggiosi. Si preparò per la notte, si ficcò sotto le coperte ma il sonno tardava ad arrivare.
Carl non riusciva a dare lucidità ai pensieri, troppe emozioni. Ora aveva un segreto che non avrebbe potuto condividere con gli amici, neppure quelli più cari. Ficcò la mano sotto il materasso e recuperò il libro di Hemingway che aveva nascosto. Diede una sommaria ripulita alla copertina annerita, l’aveva salvato. Magari un giorno, chissà quando e chissà come, l’avrebbe raccontato a Ernest. Incominciò a leggere senza timore, eccitato come un fuorilegge.
Oltre la sua finestra Berlino affondava in un sinistro silenzio. Spente le pire e le fiaccole, un manto nero era calato sulla città. Neppure la luna era comparsa a rischiarare la notte, sparita in un cielo indecifrabile.



