Era di maggio

L’agente ha l’aria trafelata di chi è stato richiamato in servizio senza preavviso. Protende le braccia in avanti e indica l’inferno che si preannuncia davanti. Mi invita a sporgere regolare denuncia, ora ha mille diavoli per la testa. Non ha compreso una sola parola del mio breve e concitato racconto. Così provo a essere più diretto.

Devo confessare un omicidio.

Solo allora l’agente comprende che deve farsi carico di questo minchione, così mi definisce quando chiama in Centrale.

Mi rinchiudono in una saletta angusta in attesa dell’interrogatorio, un tavolo, due sedie e una finestra con le sbarre, mancano solo la branda e il crocefisso perché sia la perfetta cella di un monaco. Presto dovranno sentirmi e io devo ancora riannodare i fili di una storia che non è breve e che non sarà semplice da esporre. Sarò in grado di spiegarmi, riuscirò a non essere confuso con i tanti spietati assassini passati fra queste mura?

Potrei partire parlando di Sandra, la mia fidanzata. La passione per i western mi aveva portato a immaginarla come una di quelle ragazze da saloon, allegra e appariscente. Brusca e mascolina quando si trattava di allontanare mani inopportune, languida e femminile quando voleva sedurre. Una folta chioma nera che ondeggiava sui vestiti e occhi da lupa sormontati da palpebre appena appesantite. Due labbra piene, spesso in movimento, decorate col rosso più acceso. La risata forte per compiacere gli avventori e il sorriso malizioso per catturare i polli. E qualche volta pensavo che il pollo fossi proprio io.

Il nostro rapporto viveva di periodici alti e bassi, di inspiegabili sussulti emotivi, di un balordo ondeggiare. L’andamento settimanale del nostro stare insieme era una sinusoide e aveva il suo acme nella giornata di sabato. Cenetta nel solito ristorantino nel centro di Palermo, serata a casa di amici e poi la dolce fuga nella villa della mia famiglia a Mondello, luogo da tempo deputato agli scambi amorosi. La riaccompagnavo a casa, ci davamo gli ultimi baci come in una sciocca commedia romantica. E invece la domenica la curva spesso precipitava per incomprensibili motivi, nascevano litigi improvvisi, una danza violenta sul ring senza esclusione di colpi. Io ero portato ad abbassare la guardia e subivo da grande incassatore.

E poi c’era il lavoro, il consueto e sempre traumatico prendermi cura dell’impresa di famiglia di cui ero titolare, il regalo di mio padre quando si era sentito vicino alla morte. Ma aveva ragione la mia fidanzata: ero solo uno sguattero, un uomo di fatica, un garzone di bottega in balia degli umori di mia madre, vera padrona del negozio. Guardavo con disgusto l’insegna che abbracciava quattro vetrine in una bella via commerciale di Palermo, una nausea che finiva per coinvolgere la mia stessa esistenza. Ripugnavo quei profili stilizzati di un cane e di un gatto disegnati da un talentuoso cugino al primo anno di liceo artistico. Quegli sgorbi in bianco e nero, quei due informi schizzi di china, racchiudevano il mio destino crocefisso a un nome da vergogna, Dogs & Cats. E la scritta sottostante non era migliore, Il paradiso degli animali.

Quanto agli studi, la sera provavo a mettermi sui libri ma accadeva sempre il solito fenomeno. Aprivo il volume dal punto in cui avevo lasciato la lettura. Contemplavo la pagina con lo smarrimento di chi ha scordato la via di casa. Poi le dita scorrevano sotto la prima di copertina e, con convinzione, davano la spinta decisiva. E mi ritrovavo a contemplare il testo giuridico, elegante, in brossura, chiuso. Laurea in giurisprudenza che pareva solo un miraggio. Certo, avrei potuto mollare il negozio ma a condizionarmi c’erano gli impegni che avevo preso con mio padre in punto di morte, continuare nella gestione di Dogs & Cats e occuparmi di sua moglie.

Già, mia madre. Mi aveva messo al mondo ma non era mai riuscita a prendersi cura di questo figlio, neppure nei miei primi anni di vita. Mio padre pativa in silenzio questa situazione e aveva cercato di amarmi con doppio trasporto, donandomi quelle attenzioni che sono gioie necessarie in tenera età. Ma ci sono vuoti che non si possono colmare. Lei sapeva regalare mille carezze ai gattini appena nati, ai cagnetti tremanti con gli occhi ancora chiusi, e trascorreva notti insonni a vegliare sulle cucciolate. Le mie malattie di bambino le passavo a letto da solo, triste e annoiato, prima che una Tachipirina mi riportasse in fretta a scuola. Avevo cercato di convivere con la presenza nera di mia madre, la psicoterapia non era stata inutile. Una mamma non si sceglie e si deve andare avanti anche senza l’amore di chi ti ha generato. Eppure quando lei mi parlava con quella voce, che sembrava provenire da un nastro registrato, non riuscivo a reprimere la delusione e la sofferenza che ne derivavano. Erano due anni che mio padre se ne era andato. Lei sosteneva che fosse morto di crepacuore per quel figlio senza arte né parte. Non le avevo mai dato ascolto, sentivo solo un grande vuoto intorno, certo com’ero di essere più solo al mondo.

Ma forse è meglio andare con ordine e partire da quella domenica di febbraio, il solito febbraio siciliano da passare in camicia. Io e Sandra eravamo in un bar non lontano dai Quattro Canti e l’armonia durò poco. Lei di solito partiva da piccole cose, come per cercare un pretesto per la lite: una parola inopportuna detta la sera prima, un accostamento sbagliato nell’abbigliamento, una frenata troppo brusca nel tragitto, lo sportello del passeggero non aperto con la giusta prontezza. Quel giorno Sandra volle scegliere qualcosa di nuovo dal vasto ventaglio delle possibilità, lo sguardo le era caduto sul mazzo appeso al passante dei miei calzoni con un moschettone.

Tu lo sai che i mondiali di calcio sono finiti quasi due anni fa?

No, non ci avevo fatto caso ma, effettivamente, insieme alle chiavi di casa pendeva Ciao, la mascotte dei mondiali di calcio di Italia ’90. Come fosse finita lì non me lo ricordavo, né sapevo spiegare perché fosse rimasta in vita quella testimonianza di una semifinale infausta e, soprattutto,  di quello schiaffo allo stile italiano, umiliato e offeso da un gadget di dubbio gusto.

Sandra cominciò a colpire al bersaglio grosso e partì con veemenza riguardo alla mia assoluta mancanza di stile. Anch’io dovetti convenire sul fatto che Ciao fosse una delle cose più tristi che avesse mai veicolato l’immagine del nostro Paese, una creatura antropomorfa tricolore con il pallone al posto della testa e il corpo immortalato in una specie di sghembo balletto carnascialesco. Ma lei rincarò la dose, portare con sé la mascotte di Italia ’90 aveva un che di inaudito. Non avevo il minimo rispetto per la mia immagine, non curavo il mio look da giovane imprenditore, andavo controllato come un bambino, non mi accorgevo delle cose più elementari, quasi due anni in compagnia dell’infame ciondolo. Un uomo che non teneva a se stesso e al proprio ruolo sociale era un uomo di cui una donna non poteva che vergognarsi.

Era stanca di questo ragazzo senza nerbo e comparve per la prima volta quella parola. Dubitai fin da subito che l’avesse mutuata da qualche lettura impegnata, forse sveviana, doveva provenire dagli Harmony che scambiava in ufficio con le colleghe o da quelle nuove trasmissioni televisive dove ci si insultava pescando a caso dal vocabolario.

Tu sei solo un inetto.

Era l’ouverture di un concerto già sentito e risentito ma che ogni volta si arricchiva di qualche virtuosismo che impediva, anche al critico più prevenuto, di affermare che si trattasse solo di una mera riproposizione. L’argomento principe era il lento scorrere dei miei studi universitari affondati nel fuoricorso e al profluvio di esempi di amici già laureati. Seguiva l’invito a non perdere tempo nell’attività di famiglia, tiranneggiato da una vecchia megera impasticcata che aveva perso il lume della ragione: mia madre. E poi la solita domanda retorica conclusiva, una minaccia neppure tanto velata.

Credi che ti aspetterò per sempre?

A giudicare dagli anni trascorsi insieme, quasi otto, si sarebbe detto che sì, mi avrebbe atteso per sempre. Le ripetute minacce non seguite da azioni conseguenti finiscono per spaventare solo chi le pronuncia. Ma questa volta Sandra aggiunse una frase che finì per turbarmi.

Il tempo sta scadendo.

Sandra sapeva molto bene che io,  il suo indolente fidanzato, necessitavo di una sorta di deadline. Mi disse che non avrebbe atteso l’estate e, in mancanza di un mio cambiamento, la nostra storia si sarebbe conclusa. Mi dava tre mesi di tempo. Sul suo personalissimo display prese il via il conto alla rovescia: novanta, novanta giorni a partire dal giorno corrente, 24 febbraio. E Sandra sentenziò ancora con un  trasporto lapalissiano che non lasciava adito a dubbi.

Domani sono ottantanove.

Tutto già visto e già sentito, a parte la novità del conteggio alla rovescia che un poco mi inquietava.

La settimana che seguì fu insolitamente serena, con mio grande stupore, compreso l’epilogo domenicale. Sandra mi parlò di un progetto di viaggio ma la meta non era proprio dietro l’angolo: Australia. Una collega d’ufficio aveva un parente titolare di un’agenzia turistica e avrebbe fatto prezzi stracciati. Conoscevo bene gli straordinari affari della mia fidanzata, un continuo metter mano al portafoglio. E non c’era troppo da scherzare, i cordoni della borsa li teneva ben stretti la megera impasticcata. Ma era bello chiudere gli occhi fantasticando voli intercontinentali, e riassaporai il piacere dello stare insieme senza inutili tensioni.

La primavera ci sorprese in una nuova armonia, mi ero ormai scordato del conto alla rovescia. Ma alla prima domanda sul costo di quell’avventura, lei tornò a essere la Sandra di sempre.

Quasi sessanta, Giulio, non te lo dimenticare.

Il ritorno a casa, con lei che fantasticava sui canguri, confermò che la mia esistenza era sempre legata, per un crudele destino, al mondo animale. Non ci fu spazio nei miei pensieri per qualcosa che avesse tinte diverse dal nero, c’era da affrontare mia madre e convincerla a devolvere una bella cifra alla causa australiana.

Quando provai a farle cenno del viaggio la sua reazione fu la solita: un’incontrollata rabbia che non lasciava spazio ad alcuna replica. E se io ero il figlio disgraziato, Sandra era quellabuttanadellatuafidanzata.

Giulio proprietario del negozio che buttava oro, Giulio col cappello in mano a elemosinare. Ero solo un commesso da quattro soldi e i commessi, salvo improbabili vincite alla lotteria, non vanno in vacanza in Australia per tre settimane, il tutto non faceva una piega. Finché mia madre avesse avuto vita sarei stato solo un servo e neppure benvoluto, prigioniero di una donna in balia di psicofarmaci sempre più potenti e sempre più inefficaci. Chissà se mio padre era stato felice qualche volta in sua compagnia, io non riuscivo a ricordarmene neppure una.

Il tempo passava e alla cerimonia di consegna della medaglia d’oro di inetto mancavano quaranta giorni, bisognava inventarsi qualcosa. La rabbia e l’attivismo che la notte mi accendevano mi stavano portando verso un’unica soluzione. La domenica successiva, quando Sandra mi comunicò le novità sull’acconto, non mi feci trovare impreparato, estrassi dal portafoglio cinque milioni e glieli consegnai senza tentennamenti.

Quei soldi nascevano da semplici dimenticanze, sviste che avevano portato il titolare, cioè io, a non versare alcuni incassi al termine della giornata. Avevo trovato ripetitivo passare ogni sera alla cassa continua della banca e mi ero preso qualche libertà.

Prima o poi mia madre se ne sarebbe accorta, attenta com’era sui conti, ma non intendevo occuparmi delle conseguenze del mio agire, mi sentivo in balia di un’incoscienza tutta nuova.

Nei fine settimana ripassavo con Sandra le tappe e le mete del viaggio assaporando la partenza ormai prossima: città, deserti, barriere coralline, paradisi naturalistici. Poi, per gli altri cinque giorni, un’angoscia sorda mi invadeva, il peso di dover recitare con finta naturalezza. La commedia andava in scena su un palcoscenico che ruotava impazzito. Ero costretto a tacere l’ammanco di denaro a mia madre ed ero obbligato a sorridere alla mia fidanzata e a fingere che sì, andava tutto bene.

E infine giunse quel penultimo sabato di maggio, la deadline. Avevo il portafoglio gonfio per il saldo con l’agenzia di viaggi, Sandra non si sarebbe potuta lamentare, un cambiamento c’era stato, una mia nuova intraprendenza era emersa. Alle tredici chiusi il negozio per la pausa. Raggiunsi mia madre in ufficio, scambiammo le solite quattro parole da estranei. Poi lei mi chiese di avvicinarle il telefono, sembrava insolitamente tranquilla. Ma ormai conoscevo bene quella finta quiete, ancora quella voce metallica, da nastro registrato.

Sai, ho un figlio inetto, un incapace che si comporta come uno scolaretto bugiardo.

Intesi che il momento era giunto e che stava per scatenarsi la tempesta. Ma fu quella parola che mi ferì, pronunciata con lo stesso disprezzo che mi riservava la mia fidanzata. Sembrava che le donne della mia vita si fossero accordate per umiliarmi. E poi proseguì, non solo ho un figlio inetto ma anche un figlio ladro. E in questi casi si chiamano i carabinieri.

Difficile che le forze dell’ordine potessero accusare di furto me, il titolare, ma questo a mia madre non sembrò importare in alcun modo. Disse che forse mi aveva concepito con qualcun altro, non con quel galantuomo di mio padre. Alzò la cornetta con decisione e fece per comporre il numero.

Non volli più indugiare. Era arrivato il momento di dimostrare la mia capacità d’azione, nessuno avrebbe più dovuto pronunciare quella parola. Mi sentii libero di affacciarmi su un mondo dove tutto è possibile, senza più paura. Vidi la statuetta che mio padre teneva orgogliosamente in bella vista, un riconoscimento della Confcommercio siciliana assegnatogli per la sua stimata attività, e decisi di sacrificarla.

Scusa papà.

E il silenzio che ne seguì assomigliava molto a quella pace che avevo sempre cercato.

Mi mossi per andare a sistemare gli animali, sarebbero rimasti senza cura per qualche tempo. Per la prima volta ebbi uno sguardo affettuoso per tutte quelle bestiole, il variegato mondo che avevo sempre detestato. Compii l’operazione con calma e accuratezza, l’ultima volta, era l’ultima volta. Infine presi il logoro e impolverato kilim che riempiva lo spazio fra due poltrone dell’ufficio e avvolsi il corpo. Non sapendo dove nascondere il rotolo pensai al grande congelatore a pozzetto, la troverete ficcata lì. La adagiai facendo spazio fra i pasti dei pitoni, non una degna collocazione, ma faceva caldo e forse era cosa opportuna, niente putrefazione e cattivi odori.

Mi ricordai del cartello che non avevo avuto il coraggio di buttare dopo il funerale di mio padre, era ancora dove l’avevo lasciato, nell’ultimo cassetto dello schedario. Lo appesi all’ingresso sulla serranda metallica.

Chiuso per lutto, nulla poteva essere più vero.

Tornai a casa e preparai la valigia della disperazione, quella dove si stipa senza cura l’ipotizzato necessario. Sandra mi avrebbe atteso invano al nostro ristorantino e, tempo qualche ora, avrebbe cominciato a cercarmi, non c’era da indugiare troppo. Non rinunciai però a una doccia per strapparmi via l’odore d’animale che sentivo sempre addosso. I soldi li avevo, mi sarei comprato una nuova identità. Per il biglietto aereo non ci furono problemi, una qualunque località del Sudamerica.

Non avrei speso gli ultimi momenti che mi rimanevano sull’isola per struggenti e dolorosi addii. Sandra se ne sarebbe fatta una ragione e avrei scommesso che sarebbe partita comunque per il viaggio della sua vita, un altro pollo l’avrebbe trovato. Dondolando sensualmente i fianchi avrebbe puntato il primo damerino al bancone di un bar, pardon, di un saloon: posso offrirti da bere, straniero?

Erano quasi le sei di sera quando imboccai l’autostrada verso l’aeroporto di Punta Raisi, il percorso sarebbe stato breve. Avvicinandomi verso Isola delle Femmine del fumo prese però a sporcare l’orizzonte. Poi la visibilità andò peggiorando finché ci si fermò in colonna. Tutti scesero e io feci lo stesso, notando con sorpresa che l’odore che appestava l’aria non era quello dei soliti roghi, pareva più di mandorla amara. Le auto si svuotarono e un’improvvisata e disordinata processione si diresse istintivamente in avanti.

L’autostrada si era frantumata, un gigante pareva avesse sferrato un terribile colpo di maglio. Poi, di bocca in bocca, giunse la notizia dell’attentatuni. Le sirene dei mezzi di soccorso e i rotori degli elicotteri coprirono il silenzio che si respirava. Non era ancora il tramonto ma a me parve che le ombre della sera si fossero già allungate fra i mozziconi d’asfalto. Le autoradio gracchiavano edizioni straordinarie, giornali radio improvvisati per dar conto del vile attentato.

Mi sentii addosso la stanchezza di quella giornata. Sedetti sul guard-rail e mi lasciai invadere dalla malinconia, neppure questa volta ero riuscito a sfuggire all’inettitudine. L’aereo sarebbe partito senza di me, fine della corsa, tanto valeva consegnarsi. Lo sguardo mi cadde sul moschettone che mi pendeva dal passante dei calzoni, strappai via la mascotte di Italia ’90 dal mazzo di chiavi e la gettai dietro le spalle. Poi ripensai a mia madre avvolta nel tappeto, ficcata nel congelatore insieme ai topi surgelati e, confesso, mi venne quasi da ridere.

Ricordo che una donna con un bambino in braccio mi passò accanto, sconvolta. Le sfuggì una frase dal rabbioso soliloquio che la stava agitando: da quest’isola bisognerebbe scappare. E io annuii convinto. Poi vidi la volante che si avvicinava e le andai incontro. L’agente non capiva, così glielo dissi chiaro e tondo: devo confessare un omicidio. Mi avete portato qui, e questo è davvero tutto.

Mi guardo intorno, è ormai sera inoltrata, dalla piccola finestra si intuisce un cortile ombroso. Alzo gli occhi verso una fettuccia di cielo senza stelle e si impadronisce di me un sentimento mai provato prima, una sorta di inquieta serenità. Sono soddisfatto, sarà proprio una bella confessione, anche un inetto sa raccontare il proprio destino con le migliori parole. E non c’è tempo per affinare ancora la storia, la porta si spalanca all’improvviso, è l’ora della resa dei conti.

Facciamo le presentazioni, il vice questore aggiunto Alaimo ha modi garbati, mi piace. Ci accomodiamo ai lati opposti della scrivania ma, contravvenendo a ogni logica, la prima domanda la porgo io.

Si è salvato Falcone?

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