È stato Gesù Bambino

Il vice questore Matteo Caserta non sbagliava un colpo in certe occasioni. La stessa maniacale dedizione che metteva nelle sue indagini era stata applicata a ogni dettaglio. Si erano sposati il 23 dicembre, ed erano passati cinque lustri. Il Natale di quest’anno coincideva quasi con le nozze d’argento e avrebbero unificato il tutto in una grande festa. Lui amava Maria più del primo giorno, alla faccia degli invidiosi e dei divorzi facili. Per non parlare poi di certi matrimoni, squallidi spettacolini di finzione.

Perché lui voleva solo una cosa: tornare a casa. Lavorava dal mattino presto con una energia che molti colleghi reputavano eccessiva. Ma già verso le tre cominciava a prendergli una grande nostalgia di casa, di sua moglie, del profumo della sua pelle che sembrava invadesse le stanze e delle voci allegre dei loro figli, Andrea e Giovanna. Non gli importava che tanti tardassero di proposito la sera e che  in ufficio fosse il bersaglio preferito dello sfottimento quotidiano. Lui voleva la sua isola. Lui voleva solo una cosa: tornare a casa.

Matteo e Maria erano di origine campana e questo meglio spiegava  la monumentalità dei preparativi. Avevano persino modificato la posizione del mobilio per meglio assecondare lo svolgimento di quella che poteva essere una cerimonia laica, una festa di piazza, una sagra alimentare o tutto quanto insieme.

Venti invitati.

Scambio di doni nascosti per la casa da trovare risolvendo simpatici indovinelli.

Una cena ricchissima a base di pesce e prodotti tipici, irrorati da un prestigioso Franciacorta perché a Maria piacevano le bollicine e per una volta si potevano tradire gli amici viticoltori beneventani.

Il dolce, oltre alle solite zeppole, era un trionfo di pasticceria a tre piani su cui vegliavano le statuine degli sposi, resi spiritosamente canuti da un’ombra di marzapane.

E poi un presepe che non avrebbe sfigurato in un museo, pronto, spente le luci all’improvviso, a illuminarsi a mezzanotte con un colpo di teatro.

Un impianto stereo con microfono e un piccolo palco -una panca ricoperta da un vecchio drappo- per le esibizioni canore.

Niente botti che è Natale e non è Capodanno.

 

Pochi dettagli, mancano solo pochi dettagli, questo si ripeteva il vice questore Matteo Caserta mentre si accingeva a recarsi, suo malgrado, sull’ennesimo luogo di dolore. La telefonata era arrivata mentre era ancora buio, lui ci aveva provato.

«Non c’è nessun altro che possa andare io…»  

«Nessun altro.»  

Vaffanculo.

Un’alba gelida salutava la luna piena che si smaterializzava lenta. Anche se era l’antivigilia si poteva ormai dire: sarebbe stato un Natale senza neve. Caserta abbassò il finestrino della sua macchina e si riempì i polmoni dell’aria fredda e inquinata di Milano. Ai semafori apprezzava il silenzio della strada, del tutto assente il borbottio della metropoli. Sembrava che fosse solo lui  a sentire sempre quel rumore di sottofondo. Ne aveva parlato con Maria che, con la sua praticità, l’aveva liquidato: saranno gli acufeni. Ora però non sentiva nessun brontolio. Gliene avrebbe parlato. Altro che acufeni.

Non conosceva molto di quella zona residenziale all’estremo sud di Milano. Il navigatore srotolava nomi di vie sconosciute ma i primi chiarori svelavano un tranquillo quartiere di villette. Quanti morti aveva visto in quei contesti, massacrati per non aver rivelato il luogo della cassaforte o per non aver compreso che l’assassino era sempre stato in casa, l’amore più caro.

Anche se avessi i soldi io una villetta non me la comprerei.

E comunque i soldi per un acquisto simile non c’erano.

 

I lampeggianti delle volanti lo condussero alla casa del delitto, un duplice delitto. Il fido Martì lo attendeva già sulla porta, sempre sul pezzo. Come si chiamasse veramente ormai se lo ricordavano in pochi. Oronzo Martiradonna da Lecce era stato per un breve periodo Martiradò ma, dopo pochi mesi, era diventato per tutti Martì. Dopo trent’anni di servizio, se aveste chiesto di Martiradonna alla guardiola della Centrale vi avrebbero probabilmente risposto che non c’era nessuno con quel nome.

«Il vicino era ancora in piedi perché aspettava il figlio dalla discoteca. Ha sentito dei rumori, forse un grido e ci ha chiamati. Sono arrivati per primi Muzzi e Pietrostefani.»

«Digli di stare fuori a tenere a bada gli scribacchini. Con le poche notizie del periodo già me li sento con la strage di Natale, ci inzupperanno ben bene il biscotto. Non diamogli troppo vantaggio.»

Martì fece strada nell’appartamento fino al piano superiore, dove c’erano le camere. Quell’odore, sempre quell’odore, li condusse alla prima stanza. I due corpi giacevano sul letto ancora sotto le coperte, sorpresi nel sonno.

Martì illustrò.

«Sono i coniugi Baravelli.»

«Altri abitanti?»

«Un figlio, lavora all’estero ma pare fosse tornato per le feste. Al momento risulta irreperibile.»

«Hai chiamato il medico legale?»

«Subito dopo aver chiamato lei, dottore. Sta arrivando, e anche la scientifica.»

Pippoli era già alle loro spalle, uno dei migliori nel campo. Bravo ma un po’ particolare, a cominciare dall’aspetto. Era un omone dalla corporatura massiccia su cui poggiava una testa piccolissima, come se a un grosso corvo avessero trapiantato il capo di un cardellino. Caserta aveva notato su tutti un dettaglio nelle loro frequentazioni non proprio raccomandabili: se aveva le mani occupate non parlava. I medici legali si diceva che diventassero un po’ matti a furia di maneggiare cadaveri, Pippoli doveva esserlo già prima. Si fece largo con le due valigette del suo armamentario salutando con un movimento del capo. Caserta gli fece poggiare tutto, così avrebbero potuto comunicare.

«È inutile che ti canti la nenia delle quarantotto ore. Più mi sai dire prima mi faccio il Natale» – mise subito in chiaro il vicequestore.

«Qualcosa ti posso dire subito.»

E indagò i corpi sporgendo il capino.

 

«Saranno morti da un paio d’ore. Direi che sono stati colpiti con l’attizzatoio che vedi per terra dal lato della donna, immagino provenga dal camino che ho visto di sotto. Però non sono convinto. Ci sono delle piccole lacerazioni attorno al cavo orale. Noto strani segnali che farebbero pensare al soffocamento. Ma tracce sul collo non ne vedo, né traumi facciali. Lasciami lavorare.»

Caserta sapeva che non gli avrebbe cavato fuori altro così, prima dell’arrivo della scientifica, che stava forse giungendo da Caltanissetta visto il ritardo, decise per un primo cauto e superficiale sopralluogo. Martì si sarebbe occupato del piano superiore.

Caserta rifece il percorso dall’ingresso. Dopo un piccolo disimpegno si piombava in un gigantesco open-space. In fondo si coglievano i bagliori di una cucina hi-tech tutta acciaio.

Aveva già visto case così, luoghi d’arte contemporanea non visitabili se non dagli invitati, ogni pezzo l’opera di un design, linee essenziali di divani fatti apposta per non sedersi, policarbonati, strati di lacche pregiate, illuminazione a cura di un light designer. Alle pareti foto d’autore scattate in luoghi perigliosi della Terra, qualche bozzetto insignificante ma che doveva sembrare in prestito dal Paul Getty Museum. Un camino dai marmi riflettenti brillava al centro della stanza. Mai acceso. I soprammobili, pochi per la verità, erano tormentate forme geometriche certamente a opera di nuovi promettenti scultori. Qualche rivista patinata, qualche libro di architettura e di arredamento, gli aforismi di Roberto Gervaso e un terzetto di titoli che era tutto un programma: Uomo come ti vorrei, Donna come ti vorrei, Tradimenti istruzioni per l’uso.

Una filosofia di vita che aveva incontrato anche in case meno lussuose: pochi libri ma non poteva mancare in bagno il merdino, insostituibile e simpatico oggetto di design by Alessi. Un design democratico che univa tanti nel momento del bisogno.

Nel frigorifero una tipica situazione da ventitré dicembre: semi-pieno, i bianchi già in fresco, in attesa della spesa decisiva.

Di lato alla zona cucina quasi si perdevano due porte, pannellate dello stesso colore delle pareti, un bianco abbagliante. La prima era quella di un bagno con un lavandino così piccolo che risultava difficile persino lavarsi le mani. La seconda conduceva in uno studio dove c’era la prima vera sorpresa della casa.

Su di una scrivania sorretta da due cavalletti si allungava un presepe. Non era bello come quello di Caserta ma era un presepe gradevole, con le botteghe artigiane, il rio con acqua corrente, le colline brulicanti di pecorelle ma, soprattutto, con una precisa attenzione al posizionamento delle statuine per assecondare la prospettiva: molto grandi in primo piano fino ai piccoli pastori sul crinale lontano.

Qualcosa di traumatico era però accaduto. Qualcuno aveva profanato quell’idillio sacro.

La capanna era stata lanciata con forza contro il muro, l’intonaco aveva profonde scalfitture. Per terra giaceva un’informe accozzaglia di legni, sughero e muschio. Caserta riconobbe a stento i pezzi di Gesù Bambino, del bue e dell’asinello.

Un tremito improvviso della tasca lo fece trasalire: il cellulare, quello personale. Uno poteva stare tranquillo solo se li buttava in mare questi strumenti del demonio, se ne convinceva ogni giorno di più.

«Maria lo sai che non posso. Gli auguri quando te li facevo, alle cinque? Sì, me lo ricordo il capitone» -quando mai si era preso l’impegno.

«Sì lo so che deve marinare e il tempo ci vuole.»

Ma il tono cambiò, come quando gira il vento e cambia subito il tempo, da rassegnato che era si fece aspro e aggressivo.

«Devi dire a mia sorella che a prendere la zia Adelina ci vada lei. Tu sai da che giorno è a casa dal lavoro? Dal diciannove dicembre. Tu sai che giorno ci ritorna? Il sette gennaio. Tu sai…»   

La comunicazione si interruppe. Maria era una donna sveglia e quando Matteo partiva coi tu sai era meglio darsela a gambe.

Caserta fu intanto raggiunto da Martì che lo voleva aggiornare.

«Tutto a posto al piano di sopra. Non mi sembra sia stato toccato niente. Solo una cosa strana: un oggetto vicino al water…»

«Tutto sotto controllo Martì.»

Ma non ebbe il tempo di aggiungere altro. Il medico legale lo stava chiamando a gran voce.

Fece i gradini a tre a tre e in un amen fu al piano superiore.

Pippoli lo accolse tenendo in alto la mercanzia, come un venditore all’incanto. In due sacchettini trasparenti giacevano due oggetti che, pur coperti di sangue e muco, erano riconoscibili: due statuine del presepe. Pippoli le depose per repertare successivamente e poté darsi all’eloquio.

«Li ha colpiti proprio con l’attizzatoio. Vedo la mano di una sola persona. Ferite serie ma non mortali. Una volta tramortiti gli ha ficcato in gola le statuine, soffocandoli.»

Caserta aveva capito l’antifona e terminò lui stesso il racconto.

«Maria nella gola della donna e Giuseppe in quella dell’uomo.»

«Per fortuna che avevo le pinzette lunghe. Questi lavori, in genere, li faccio nei miei appartamenti. Ma tu mi sei simpatico.»

«Anche tu Pippoli mi sei simpatico. Peccato che sono già sposato altrimenti un pensierino ce l’avrei fatto.»

Il medico stava già maneggiando con le valigette e non avrebbe risposto.

Bisognava fare in fretta. Caserta si affacciò sulla rampa delle scale e chiamò Martì con un tono che non ammetteva ritardi. Ma Martì aveva da sempre il suo habitat in angoli discreti ma non troppo distanti dal suo capo; gli era già davanti e lo interrogava con lo sguardo, ansioso e curioso come un padre fuori dalla sala parto.

«Mi sa che è stato Gesù Bambino.»

Martì quando non capiva si pietrificava, divenne una statua di sale.

Caserta si muoveva invece come colpito da una scossa elettrica, batté le mani e sciolse l’incantesimo facendolo riavere.

«Il figlio Martì, dobbiamo cercare il figlio! E facciamo in fretta!»

Perché il vice questore Matteo Caserta voleva una cosa sola.

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