La scomparsa della verità

Cinquant’anni fa il postino era ancora un’autorità. Quando suonava il campanello si correva: posta, è qualcosa di importante.

I pensionati lo curavano nei giorni di paga, i bambini per l’abbonamento a Topolino, i ventenni per la cartolina di leva, gli innamorati per avere notizie di cuore, i nonni per i salutoni da Alassio del nipote.

Oggi armeggiano nelle caselle le persone più svariate che, per comodità, possiamo riassumere in tre categorie.

La prima, composta prevalentemente da distinti signori di etnie extra-europee,  ha il compito di distribuire depliant multicolori per indurre all’acquisto e al consumo. La seconda, formata da improbabili grimpeur dalla pedalata anemica in sgargianti tute arancioni (nulla a che vedere con sette new-age o similari), consegna quelle buste che non si è voluto affrancare, dandole alle agenzie private. La terza è rappresentata da ciò che resta dei postini, ridotti a sfuggenti figure che si presentano sempre in giorni diversi estratti a sorte alla presenza di un notaio, esperti motociclisti sempre in piega, peggio degli sbarbati degli speedy pizza. Portano solo bollette non domiciliate e poco altro. Basta guardare nella misera vasca davanti al manubrio: uno scartafaccio che starebbe sotto un’ascella ed è la posta per mezzo quartiere.

Cinquant’anni fa era diverso. Ma se dobbiamo parlare di Angelo Masperi e di quella strana storia del libro sono, per la precisione, quarantacinque.

Edoardo Vianello e l’Italia spensierata non erano più di moda e a Milano tirava una brutta aria. Era  la primavera del 1970 e il postino suonò nella villetta in viale Corsica al 28. Era abitudine. Non si buttava nella casella. Si provava se c’era qualcuno in casa e si consegnava nelle mani del destinatario, se si poteva. E Angelo c’era, vagamente raffreddato e in malattia ma c’era. Sbirciò svogliatamente, poca roba. Una bolletta della Sip ma che molti testardamente e per età continuavano a chiamare Stipel, una lettera della banca e una cartolina gialla. È inutile dire su cosa si concentrò la sua attenzione.

Con pochi tratti di una calligrafia antica, tutta inclinata a destra ad opera di una mano che aveva accolto con fastidio la penna a sfera, gli si comunicava che aveva in prestito un libro della biblioteca e che era in ritardo di 90 giorni nella restituzione. Una formula prestampata gli ricordava inoltre i terribili provvedimenti in cui sarebbe incorso se non avesse ottemperato ai suoi doveri e le pesanti sanzioni economiche che sarebbero lievitate in caso di mancata restituzione.

Lo stupore degli indigeni alla vista di Colombo non poteva essere superiore al suo. Aveva sempre mantenuto un atteggiamento snobistico nei confronti delle biblioteche: un ottimo strumento di divulgazione, cultura fruibile per tutti. Ma Angelo, finché poteva permetterselo, voleva comprarseli i libri, sentire l’odore fresco che si sprigionava dalle pagine nuove e tutte quelle fisime idiote degli acculturati benestanti. Erano dieci anni che non metteva piede in  biblioteca, dai tempi della maturità. Si trattava certo di uno sbaglio, una sciocchezza, roba da un attimo. Poi, siccome conosceva il mondo, aggiunse: “forse”.

Si vestì alla bell’e meglio e, incurante dei possibili controlli del datore di lavoro, afflitto da una sottile e inesplicabile inquietudine, partì in quarta. Poche fermate col 13 per raggiungere la Sormani. Qualcuno avrebbe dovuto chiedere scusa e non era certo lui.

In dieci minuti fu lì. Gli indicarono dove rivolgersi. Angelo individuò la vittima, un giovane occhialuto. Ripassò le tre fasi: domande gentili che lasciassero intravedere placidi laghi di disponibilità, chiarimento, affondo su mancata professionalità. Conclusione con lancio della cartolina sul bancone.

  • La verità, di Tommaso d’Aquino, è questo il suo libro in ritardo –

E Angelo si fermò alla prima fase. Sì, ancora indigeni e Colombo eccetera eccetera.

Si ricordava qualcosa di Tommaso d’Aquino? Non molto, solo di quando al tempo del liceo, giovani, sciocchi e malati di America, lo chiamavano Tommy d’Aquino.

  • È il De veritate – precisò l’occhialuto come se questo avesse cambiato qualcosa.

Angelo non si arrese e provò a giocare le sue carte ma con scarso risultato. Quando dalla coda formatasi dietro di lui si cominciò a rumoreggiare venne accompagnato dal direttore dell’Ufficio prestiti. Qui, fra un iter consolidato e una restituzione imprescindibile, il colloquio non diede esiti risolutivi.

  • Ad impossibilia nemo tenetur, egregio signore e per me è impossibile fare qualcosa per lei. Lo ricompri. Buona giornata –

Angelo riprese il suo 13, non che gli avesse portato molta fortuna. Si rigirò la cartolina gialla fra le mani con la tentazione di farla in mille pezzi. Fu allora che l’occhio gli cadde sul destinatario: A. Masperi, viale Corsica 28. Ma poteva essere un 29. Il raffreddore sembrava essersi placato e un tentativo, velleitario è vero, voleva comunque farlo. Si ritrovò a cercare fra i nomi dei citofoni del palazzo di fronte al suo. Una luce: esisteva una famiglia Masperi. Suonò. L’accoglienza non fu un granché.

  • È ancora quel bastardo della Notte o quell’altro del Corriere d’informazione? –

La faccenda degli indigeni e Colombo stava diventando fastidiosa. In qualche modo Angelo si spiegò, non era quel bastardo e fu fatto entrare, terzo piano. Ad accoglierlo una ragazza che singhiozzava. E qui lui si chiese perché diavolo non era rimasto a letto col vin brulé.

Si chiamava Carla, due occhi che avevano pianto tutte le lacrime del mondo. Sì, il libro era suo ma Angelo non ebbe il tempo per rallegrarsi.

  • Il libro penso sia esploso –

Il De veritate lo aveva preso in prestito suo padre, Andrea Masperi per sua figlia Carla, chiusa in casa a preparare Filosofia medioevale. Dalla Sormani era andato a piedi in banca per sbrigare gli ultimi affari. Non ci sarebbe molto da dire. Ma era il dodici dicembre.

  • Se fossi andata io in biblioteca magari non sarebbe stato lì a quell’ora –

Angelo,  non sapendo più come gestire il fazzoletto fra il raffreddore e il resto, tolse il disturbo. Avrebbe pensato a tutto lui. Chi aveva sbagliato? Il bibliotecario, il postino o tutti e due? Ormai non gli interessava più. Riprese il 13 , scese in centro, passò con un brivido dalla Piazza e si infilò alla SEI di via dell’Arcivescovado, una delle librerie più fornite al di qua della cortina di ferro.

Volle riconsegnare il libro ricomperato personalmente al direttore che lo accolse con un sorrisetto strafottente. La metafora di un Paese: pensava di sapere tutto e invece non sapeva niente.

La verità era dunque tornata al suo posto. Per altre stiamo ancora aspettando.

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