31 ottobre 1932 – Anno XI

Ancora un paio di settimane e sarebbero rimasti solo alberi scheletriti avvolti da spugne di nebbia. Ma, in quell’ultimo giorno di ottobre, complice una giornata tersa, l’autunno non rinunciava a mostrare il suo volto decadente e vanitoso, apoteosi di colori. Le foglie, che pendevano incerte dai rami, brillavano delle più ardite sfumature. Poi d’improvviso si staccavano, sbandavano nell’aria, atterravano su un tappeto fulvo e dorato. La stagione regalava le ultime rappresentazioni: andava in scena il Parco di Monza con i suoi splendori.

Elio e Vittorio, stretti nei loro soprabiti, non parevano curarsi di questo spettacolo, inseguendo passi che non avevano meta. Non si trattava di una passeggiata qualsiasi, il volto da luna piena di Vittorio aveva come un taglio, quella ruga che gli si formava sulla fronte quando si occupava di cose serie. E ci sarebbe stato molto di cui parlare in quell’insolito dopo pranzo.

«Lo senti questo bussare sordo e un po’ isterico? È il picchio rosso.»

«Insistente quanto te, Vittorio. Credi che non abbia capito il reale motivo di questa mezza scampagnata?»

«La mia non è insistenza. È che ti voglio bene. Non posso assistere senza fiatare di fronte a un evidente spreco di talento.»

«Tu giochi ad adularmi.»

«Dico solo e sempre la verità, se non altro per deontologia.»

Entrambi monzesi, i due giovani erano compagni d’università, futuri uomini di legge.

Elio sorrise di storto, una specie di smorfia disegnata sul volto incavato.

«Sai bene che gli avvocati fingono, e lo fanno talmente bene da meritarsi un premio: la parcella.»

La battuta parve sorprendere Vittorio.

«Non ti facevo così cinico, dov’è finito tutto il tuo idealismo?»

«Si tratta di fare i conti con la realtà, quella che la professione ci impone. E poi ho il sospetto che tu consideri l’idealista come un mezzo idiota.»

«Anzi, al contrario, dobbiamo inseguire alti ideali, non soltanto per rispetto a noi stessi, ma anche alla nostra patria. È il momento di far capire al mondo che popolo siamo.»

«E che popolo siamo?» Elio sembrava proprio non saperlo.

Si affacciarono al Laghetto, le loro immagini tremolavano riflesse, più allungata quella di Elio che sovrastava Vittorio almeno di una spanna.

«Non voglio fingere, Elio. Odio certa retorica quanto te. Ma i toni propagandistici possono essere necessari, il nostro popolo è fatto alla sua maniera. Lo vedi quel cigno laggiù? Osservalo come incede altero e fiero. Beh, sono delle ridicole zampe palmate che lo spingono in avanti. Ecco, noi Italiani non pensiamo troppo a quello che succede sotto il pelo dell’acqua, ci fermiamo all’evidenza.»

«Intendi dire che siamo dei cialtroni superficiali?»

«Diciamo che la fama che ci accompagna non è delle migliori, siamo più fumo che sostanza. Gli eredi dell’Impero Romano hanno le scarpe bucate, ma nessuno se ne accorge se non si alzano le suole.»

Elio fece per replicare ma Vittorio lo anticipò, lo sguardo ipnotizzato dalla scia tracciata dal cigno.

«Lo vedi? Gli importa solo di stare a galla. E stare a galla significa non andare a fondo, semplice istinto di sopravvivenza. Nuota e non vuol sapere altro, nuota senza troppe preoccupazioni. E una mano che gli lancerà qualche briciola di pane finirà per trovarla.»

«Insomma, il pennuto rappresenta la stirpe italica: de Franza o de Spagna purché se magna

«In un certo senso sì, bisogna tirare avanti come si può. L’importante è mostrare il collo orgogliosamente teso e il petto proteso in avanti. E nuotare verso chi assicura sopravvivenza in quel momento. Sì, forse siamo un po’ cialtroni ma abbiamo energie che altre nazioni non hanno.»

Il ritratto degli italiani non era lusinghiero ed Elio non poté fare a meno di sottolinearlo.

«Dunque, che razza di popolo siamo?»

«Siamo un popolo strano, non lo posso negare. Ma le cose stanno cambiando. È iniziata una nuova epoca.»

Si accomodarono sui gradini del Tempietto del Piermarini che giocava a rimirarsi nello specchio d’acqua. Stettero senza parlare, ognuno affondato nel proprio soliloquio. Il sole si faceva largo fra gli alberi ma non scaldava. Così Vittorio invitò il compagno a proseguire nella loro passeggiata, non era stagione per starsene seduti all’aria aperta per troppo tempo. Camminarono per diversi minuti, il Parco si andava spogliando lentamente di ogni presenza umana, tutti calamitati dal suo arrivo, previsto nel primo pomeriggio. Una leggera brezza solleticava le fronde facendo sorgere un impercettibile brusio. Poi i due giovani giunsero nella zona dell’ippodromo, si intravedevano le tribune e lo Chalet del pesage.

«Lo chiamano la Piccola Ascot – fece Vittorio che sembrava di casa – dovremmo venirci insieme, ci sono dei bellissimi esemplari.»

«Non vado pazzo per i cavalli.»

«Io veramente parlavo di ragazze. Guarda che ti farebbe bene uscire e annusare un po’ di odore di femmina. Magari ti sgombrerebbe la testa da certe idee malsane.»

«Ancora con questa storia?»

Sì, ancora quella storia, un confronto che pareva infinito, diatribe ricorrenti, utili solo a rinsaldare le proprie posizioni.

«Dovresti ascoltarmi, Elio. Sei uno studente brillante, molto più di me. Ti si presenta davanti una sicura carriera universitaria, c’è il professore di Diritto che stravede per te. Eppure, non appena si spargerà la voce, sarai emarginato come il peggiore degli asini. Perché non vuoi prendere la tessera?»

Vittorio non riusciva proprio a rassegnarsi e la risposta non parve davvero aiutarlo.

«Perché mi pesa in tasca.»

«Fai lo spiritoso, finché puoi. Sei proprio duro di comprendonio: si tratta solo di un pro forma. Credi che tutti abbiano il cuore orientato verso Predappio? Eppure, accettano questo semplice atto amministrativo. Vuoi essere per forza una mosca bianca?»

«In ogni caso sarò sempre una bestia: un pecorone o una mosca albina.»

Vittorio lo sapeva bene, era difficile avere l’ultima parola col suo amico. Dopo un attimo di esitazione, estrasse dal portafogli la tessera del Fascio e gliela sventolò sotto il naso.

«E tu, per pochi centimetri quadrati metti a repentaglio la tua stessa incolumità? È una fortuna essere qui a parlarne. Ti hanno risparmiato perché sei troppo giovane. Sai qual è la prassi? Quando ci sono le sue visite fanno retate preventive di tutti i rossi e gli squilibrati come te. Ti tengono in galera qualche giorno, ti rifilano qualche manganellata e ti rispediscono fuori a calci nel didietro. Perché non vuoi capire che stai rischiando col fuoco? Vuoi finire al confino?»

«Quello sarebbe un titolo di merito, ci mandano solo gli intellettuali famosi.»

«E anche qualche frocio.»

«Magari sono intellettuali froci, una cosa non esclude l’altra.»

Elio amava stuzzicare il suo amico, un gioco delle parti a cui Vittorio non sempre soggiaceva volentieri.

«Ti diverti, Elio? Fai pure, ne ho visti tanti che si sono pentiti troppo tardi. I tempi si stanno facendo difficili, la crisi economica è sempre più presente. In America c’è gente che muore letteralmente di fame. Il problema è che la grande depressione ha contagiato tutti gli altri Paesi, compreso il nostro. Dobbiamo essere uniti, non ci sarà alcuna indulgenza per i disfattisti, nessuna simpatia per chi rema contro.»

«Remo contro, Vittorio? Mantenere le mie opinioni è remare contro?»

Il tono della voce di Elio si impennò verso l’alto. Il Parco parve rimbombare di una rabbiosa eco.

«Tu non vuoi capire. Avere le proprie idee non è un delitto, ma non puoi dire di no a tutto. Indossare la camicia nera ti pesa tanto? Fare il saluto fascista ti sembra così drammatico? Prendere una tessera ti fa ribollire il sangue? Non puoi opporti col tuo spadino di latta ai destini ineluttabili di una nazione, ne sarai travolto.»

«Come è stato travolto Matteotti? Farò anch’io quella fine?»

Vittorio, che per natura era meno caustico dell’amico, provò a inventarsi una risposta corrosiva.

«Non ti sopravvalutare, tu sei solo uno studentello qualsiasi.» Poi fece calare la sua personalissima interpretazione dell’episodio.

«È stata una delle pagine più belle della nostra storia, anche se può sembrarti un paradosso. Un manipolo di vigliacchi lo ha ucciso. Certo, propugnava idee pericolose. Ma è il dopo che mi interessa. Il duce si è assunto la responsabilità dell’omicidio. Capisci la sua grandezza? È lo statista che si sacrifica, che si fa carico di ogni ignominia pur di tenere unito il Paese. È lì che ho capito la nostra fortuna: l’Italia aveva trovato la sua vera guida.»

A Elio spuntò ancora quella smorfia, ma più che un sorriso era un amaro ghigno.

«E le elezioni Vittorio? Parliamo di quelle di tre anni fa, indette per eleggere una Camera che ormai non ha più alcun potere. Avevi due schede, una per dire sì e una per dire no alla lista fascista, l’unica presente alle votazioni. Ne adoperavi una e riconsegnavi l’altra, in modo che il voto fosse riconoscibile. Davvero un bell’esempio di democrazia.»

Vittorio giunse le mani come per appellarsi all’Altissimo: questo suo amico era davvero ostinato.

«Tu non vuoi proprio comprendere questa nuova Italia. Noi abbiamo il duce: con un uomo così la democrazia non serve.»

Elio non volle controbattere, ne avevano già avute a decine di discussioni simili, polemiche che non portavano altro risultato se non quello di farlo sentire ancora più solo. Con uno scarto verso destra diresse i passi verso un viottolo, un moto di rabbia che non sfuggì all’amico che lo seguì.

«Lo sai che la pensiamo diversamente, ma non voglio che ti capiti qualcosa. Sei uno zuccone sovversivo ma mi sei simpatico.»

I due parvero ritrovare un po’ di buonumore ed Elio tornò a puntualizzare alla sua maniera.

«Guarda che anche tu sei un pericoloso sovversivo, credi che non lo sappia? Vai matto per il jazz, Vittorio: non sei un vero patriota.»

«Caschi male, pare che l’ascoltino anche tanti gerarchi. Ma, se ti fa piacere, terrò bassissimo il volume del grammofono.»

Giunsero fino al Lambro e lo costeggiarono fino a ritrovarsi al Ponte delle Catene. Le piogge autunnali avevano ingrossato il corso del fiume. Vittorio guardò immalinconito le acque limacciose che graffiavano terra dalle sponde, ma ormai neppure durante i periodi lontani dalle piene erano un modello di trasparenza.

«E pensare che un tempo ci pescavano i gamberi. Ne parla persino Bonvesin de la Riva.»

Ma a Elio non interessava il Lambro, tutto diveniva occasione per dileggiare il regime.

«Adesso, se vogliamo ammirare acque pulite, dobbiamo andare fino a Milano: l’Idroscalo, inaugurato un paio d’anni fa. Immagino che il duce, così rude e atletico mentre falciava il grano, abbia scavato lui stesso il bacino a mani nude.»

«Continua, continua pure, la tua pungente ironia prima o poi ti si ritorcerà contro. Solo il tuo malanimo ti impedisce di vedere le tante cose buone che sta facendo il fascismo.»

Elio avrebbe voluto buttare l’amico di sotto, il ponte non aveva sponde, ma ci sono legami che vincono sulle ideologie. E poi avrebbe davvero corso il rischio di farlo infreddare.

«Lo so Vittorio, ora mi racconterai che la delinquenza è diminuita e che i treni arrivano in orario. Sai cos’è che ti sfugge? Che nessuno può parlare di quello che non va in questo Paese. Leggi i giornali, ascolta la radio: è una realtà anestetizzata. Si racconta sempre e solo quello che gli italiani amano sentirsi dire. Va tutto bene, sono rassicurati: il duce veglia su di loro. Ma è un’Italia dormiente, che ha gli occhi chiusi davanti a una semplice verità: siamo in una dittatura e non è ammesso il dissenso.»

Vittorio era sconcertato da tanta testardaggine. Forse valeva la pena di fare ancora due passi, poi avrebbe provato a convincere l’amico almeno su quell’argomento che tanto gli stava a cuore, un disperato tentativo che aveva in mente fin dall’inizio.

«Allontaniamoci da qui, l’umidità che sale dal fiume mi sta entrando nelle ossa.»

Camminarono fianco a fianco, immersi in un coacervo di pensieri. Non erano rimasti in molti, la natura riprendeva il controllo dei suoi spazi e sullo scalpiccio dei passi dei due amici vinceva lo zirlio dei merli. Le foglie si arrendevano senza un lamento, avvitandosi in spirali gialle e vermiglie. Nel deserto del Parco, la Villa apparve fra la vegetazione come uno splendente miraggio.

«Allora Vittorio, è venuto il momento di parlare. Abbiamo camminato a lungo e ancora non ti decidi a sputare il rospo. Questa romantica passeggiata deve pur avere uno scopo, sbaglio?»

No, non sbagliava, e ora Vittorio doveva trovare le parole.

«Da poco più di un anno è cambiato il Segretario dei GUF e sai benissimo cosa si sussurra di lui nell’ambiente universitario, e non solo.»

«Starace, un vero idiota.»

Vittorio storse il naso, lui non avrebbe mai usato quella parola, ma dovette ammettere che aveva centrato il problema.

«Gli uomini di poche vedute sono spesso legati ai formalismi. Il rispetto delle regole diventa per loro fondamentale, l’esteriorità assume un’importanza strategica, l’apparenza finisce per diventare sostanza.»

Elio osservava Vittorio con sguardo di affettuoso compatimento, sapeva benissimo dove voleva andare a parare. Vittorio la stava prendendo alla lontana ed Elio interpretò quel suo procedere per gradi, con fare felpato, come una sorta di pudore nei suoi confronti, la volontà di non urtare la suscettibilità di un amico.

«È pieno di fanatici fra i Gruppi Universitari Fascisti. C’è gente che gode a fare una spiata. E ci sono parecchi invidiosi che sarebbero lieti di sbarazzarsi di un ingombrante compagno di studi.»

«Di questo sono perfettamente conscio, Vittorio.»

«E allora saprai anche che gli universitari di Monza oggi saranno tutti là.»

Il duce era atteso al Municipio per le tre. Poi avrebbe inaugurato solennemente il Monumento ai Caduti in piazza Trento e Trieste.

«Verrai a sentirlo?»

Elio si limitò a scuotere il capo, il suo orientamento era chiaro, con grande disappunto dell’amico.

«Ci sarà qualcuno che noterà la tua assenza.»

«Dubito fortemente, immagino la calca che ci sarà in piazza. Se ti faranno domande, inventati qualcosa, una costipazione: l’umidità dell’autunno ha avuto i suoi malsani effetti e mi costringe in casa a far perfumi.»

Ma l’affetto che Vittorio gli regalava meritava più di una banale scusa, un’autentica spiegazione era doverosa.

«Dieci minuti a piedi e potrei essere là, confuso nella massa, perso in quella moltitudine ubriaca di retorica. Ma ci sono strade che non si possono percorrere, ci sono distanze che non si possono colmare. Non sono fascista, Vittorio, non lo sarò mai. Non mi conformerò al sentire comune, qualunque cosa costi.»

Vittorio avrebbe voluto ascoltare dall’amico ben altre parole. Perché la vita è fatta di eventi a cui non si può mancare. Elio non godeva già di buona fama e, con il duce in città, non era possibile sfilarsi. Inventarsi un raffreddore era una scusa puerile a cui nessuno avrebbe mai creduto. Eppure, l’amico non pareva disposto a recedere dalla sua decisione.

«È inutile, in quella piazza oggi non metterò piede. Lo farò domani, quando sarà sgombra da tutto quel fanatismo. Abbiamo parlato di ideali, ricordi? Che ne sarà dei nostri studi? Parliamo senza infingimenti: con quale giustizia ci confronteremo nei Tribunali? Con quella che spalanca le porte del carcere agli oppositori? Con quella che grazia gli amici dei gerarchi?»

«Quindi vuoi rinunciare a tutto, anche alla carriera universitaria.»

«Tu mi parli di carriera universitaria. Ma non voglio ottenere una cattedra avendo come titolo di merito la rapidità con cui faccio scattare il braccio teso in avanti. Non ce la faccio, Vittorio, è la mia coscienza.»

Il silenzio che avvolgeva quella zolla di mondo consentì di udire lo scampanio della Madonna delle Grazie: erano due rintocchi lontani.

«Devo andare Elio, so che il duce deve arrivare in stazione per le due e mezzo. Passo da casa a cambiarmi e scappo.»

«Ti vesti a lutto?»

«Camicia d’ordinanza che tu, mi pare di capire, non indosserai mai.»

«Hai fatto il possibile per convincermi, Vittorio. E non credere che non l’abbia apprezzato. Ma preferisco rimanere qui.»

Si diedero la mano come se si trattasse di un addio. Il Parco si era svuotato, i pochi ritardatari erano ormai in viaggio verso piazza Trento e Trieste. Elio era solo, rinfrancato da una sorta di sollievo. Si sarebbe risparmiato il logoro canovaccio di un’opera senza qualità, quella che andava in scena sotto i più famosi balconi d’Italia: gli altoparlanti che gracchiavano, le donnette che sgomitavano per la prima fila, la folla trepidante. E poi lo scatenamento collettivo al suo apparire.

Si riempì i polmoni di un’aria che non gli era mai parsa così pura e rigenerante. I suoni della natura giungevano vaghi, come l’eco di una delicata sinfonia, eseguita per un unico spettatore. Dalla Villa Reale il cannocchiale prospettico coartava lo sguardo verso un orizzonte lontano che non si percepiva davvero, ma che sfocava in una macchia di colore indistinta. Si sentì invadere dalla nostalgia di un tempo che aveva solo immaginato. Allora chiuse gli occhi.

E immaginò di essere libero.

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